Il blog di Chit » Ricorrenze

02. Giugno 2008

Uno strano concetto di volontarietà

In questo ponte del 2 giugno, festa della Repubblica italiana o almeno di quel che resta di essa, mi sono preso un piccolo break dalla blogosfera. Ma un buon blogger deve tenere sempre le antenne dritte (giusto?) quindi m’è capitato di ascoltare una dichiarazione di Ignazio La Russa circa la necessità di riavvicinare i giovani all’esercito:

…trovando i modi con cui volontariamente si possano riavvicinare le nuove generazioni ai valori che promanano dalle Forze Armate

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25. Aprile 2008

25 aprile: io non lo dimentico

Un piccolo ma sincero post per RICORDARE questa data senza polemiche e senza volerla trasformare in argomento politico, ma con il preciso intento di RICORDARE e RINGRAZIARE ancora una volta tutti coloro che con il loro sacrificio ci hanno permesso di poterla festeggiare. Mai come quest’anno si sente la mancanza di qualcuno che difenda questo passo storico davanti a chi vorrebbe sminuirlo o ridurlo a “episodio”. Credo invece che la storia meriti pieno ed incondizionato rispetto e il significato di queste poche righe è appunto quello di ribadire che qualsiasi cosa succederà in futuro, qualsiasi cosa verrà (ri)scritta sui libri di storia ebbene… IO NON DIMENTICO!

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03. Febbraio 2008

Il mio CERMIS dieci anni dopo

Siccome credo che spesso noi italiani siamo più bravi a dimenticare che ad incazzarci oggi vi racconto una storiella. Era un martedì di dieci anni fa, per me l’ultimo giorno di lavoro prima di una settimana di vacanza da passare ad Arabba nel magnifico scenario delle Dolomiti. Ero appena tornato in ufficio dalla pausa pranzo e stavo lasciando le ultime consegne ai miei colleghi, la radio in sottofondo trasmetteva musica e il mio ufficio era un viavai di persone che passavano a salutarmi. Difficile mantenere l’attenzione e la concentrazione ma d’altra parte la testa era già in ‘off-mode’, spenta e desiderosa solo di partire. Qualcosa però improvvisamente catturò la mia attenzione e mise in secondo piano tutte le altre voci e le presenze che avevo attorno. La radio non trasmetteva più musica ed una voce che non era quella del buon Giacomo Valenti sembrava stesse dicendo qualcosa di serio. Istintivamente alzai il volume e assistetti in diretta alla lettura dell’Ansa che annunciava la caduta della cabinovia del Cermis. “purtroppo pare ci siano alcuni morti, le cause sono incorso di accertamento” così si concludeva l’agenzia. 
“Caduta una funivia? - pensai istintivamente tra me e me - Dove? In Trentino?? IMPOSSIBILE”. Mi ritengo un profondo conoscitore della montagna e delle sue infrastrutture e so bene che una funivia può cadere per due motivi; fatalità o dolo. Conoscendo bene la gente di quelle parti e l’amore ed il rispetto che nutrono per i luoghi istintivamente scartai la prima ipotesi. Erano anni che frequentavo quei luoghi e al mattino vedevo come controllavano accuratamente attrezzature, protezioni, piste e quant’altro, poteva forse sfuggirgli una placca di ghiaccio ma non un cavo usurato.
Già poche ore più tardi si parlò di “presenza in zona di aerei, probabilmente militari, non ben identificati” ma questa scusa non durò molto perchè l’avevano già usata per Ustica e non era bello dare ai cittadini italiani l’impressione di non sapere cosa ci vola sopra le teste. A tarda sera gli aerei erano diventati “militari di stanza alla base Usaf di Aviano“, americani dunque. Sul luogo si precipitarono le più alte cariche dello Stato e questo più di ogni altra cosa può dare l’esatta dimensione dell’accaduto. C’erano testimoni stavolta, molti e sopratutto di quelli che hanno ancora uno spessore civile ed umano quindi difficilmente ricattabili o comprabili. Parlavano di ”aerei in volo a bassa quota che giocavano a rincorrersi“. Nonostante questo nei giorni successivi, mentre i vertici Nato si dichiaravano estranei all’accaduto, il presidente americano Bill Clinton chiese pubblicamente scusa per l’incidente e promise risarcimenti per le vittime mentre, di fronte ad una forte ondata antiamericana, l’allora ministro degli Esteri (Lamberto Dini) si affrettò a precisare di “non fare di ogni erba un fascio, ma è necessaria una profonda inchiesta che accerti le responsabilità su quanto accaduto. Non si possono stravolgere le nostre alleanze e le strutture di sicurezza collettiva“; dichiarazione alquanto disarmante che suonava un po’ come un “obbedisco!”.
Mentre le forze politiche lavoravano di diplomazia, la giustizia fece il suo corso. Vennero aperte due inchieste, quella italiana e quella militare americana ma fin da subitofu chiaro come la nostra fosse stata aperta solo per dovere. Infatti in base alla  Convenzione di Londra del 19 giugno 1951, la giurisdizione sul caso passò quindi immediatamente alla giustizia militare statunitense perchè ogni Alleanza impone delle “regole” e quando l’alleanza è con gli americani e si chiama Atlantica la regola è che gli americani, i panni sporchi, se li lavano da soli in casa loro. Ne avremo conferma qualche anno più tardi con la vicenda di Nicola Calipari. Non voglio annoiarvi oltre e cercherò di concludere questo escursus storico.
Il 20 aprile 1998 un giudice militare apre, nella base di Camp Lejeune (Carolina del Nord), il procedimento contro i quattro marines e distingue le posizioni di Seagraves e Raney, il cui ruolo appare meno grave, e quelle di Richard Ashby e Joseph Schweitzer, pilota e navigatore dell’ aereo. Seagraves e Raney sono scagionati al termine dell’ inchiesta preliminare. Seagraves ha ottenuto l’immunità in cambio della sua testimonianza completa. Il 3 agosto inizia nella stessa base il processo presso la corte marziale, contro Ashby e Schweitzer, accusati di omicidio involontario e omicidio per negligenza (e se ne potrebbe discutere! ndr). Il 7 ottobre  vengono trasmessi dalla procura di Trento i risultati dell’inchiesta italiana con la richiesta di rinvio a giudizio per omesso controllo del col. Durigon, responsabile italiano della base di Aviano. A marzo del 1999 la Corte marziale dichiara ‘non colpevole’ il capitano pilota Richard Ashby e archivia le accuse di omicidio anche contro il navigatore Joseph Schweitzer. Sia per Asbhy che per Schweitzer rimane l’ accusa di aver nascosto e distrutto il video girato durante il volo ma…. sooon ragaaazzi!
Il 24 marzo 1999 il Senato americano approva un risarcimento di due milioni di dollari per le famiglie di ognuna delle vittime del Cermis. La decisione non è comunque definitiva perchè deve ancora essere approvata dalla Camera e resa esecutiva dal presidente Bill Clinton. Nelle settimane successive il capitano Schweitzer ammette di aver intralciato l’inchiesta giudiziaria, il nostro presidente del Consiglio D’alema ed il ministro della Giustizia Diliberto volano due volte in pochi giorni negli States e tornano senza colpevoli da processare ma con Silvia Baraldini e questa, obiettivamente, la devo ancora “capire”.
Questi sono, dettaglio più dettaglio meno, gli accadimenti. Esistono poi come sempre le polemiche, le teorie, le illazioni buone per tutte le stagioni, i ricatti e quant’altro. Ma se proviamo ad essere cinici, essenziali, freddi ci accorgiamo che di tutto questo non rimane che un elenco di venti vittime ed un senso d’impotenza e d’ingiustizia duro da accettare.

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01. Agosto 2007

Stazione di Bologna, per non dimenticare

Seppur in “colpevole” ritardo mi sono ricordato che stavo lasciando scivolare via questa giornata dimenticandomi di ciò che succedeva 26 anni fa alle 10,25 del mattino.
Una delle pagine più buie della storia della Repubblica Italiana che ci lascia in eredità 85 morti, oltre 200 feriti (se non ricordo male) ma soprattutto TANTA TANTA RABBIA!!
All’epoca avevo 13 anni e “realizzai” poco dell’accaduto. Quattro anni dopo il destino mi portò a Bologna, dove con un po’ più di maturità mi soffermai a leggere la lapide con i nomi e le date di nascita. Era il periodo del “chit scrittore”. Quadernetto tascabile e matita erano sempre pronti nei miei viaggi on the road e venne fuori questo bozzetto.
Non sarà un granchè ma… le ripoto ugualmente qui sotto.

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07. Gennaio 2007

Buon compleanno Tricolore

La bandiera italiana oggi compie 210 anni. Infatti venne adottata per la prima volta il 7 gennaio 1797, dai deputati delle popolazioni di Reggio, Modena, Bologna e Ferrara, seduti nel Parlamento della Repubblica Cispadana, (nulla a che fare con Bossi & Co. ndr) voluta da Napoleone nell’ottobre 1796, che comprendeva appunto i ducati di Modena e Reggio e le ex legazioni pontificie di Ferrara e Bologna. L’assise decretò in quella occasione di ‘rendere universale lo Stendardo o Bandiera Cispadana di tre colori: verde, bianco e rosso’, allora a bande orizzontali.
Ma la bandiera in sè, in quell’epoca, più che rappresentare un segno dinastico o militare era il simbolo di ideali di libertà e indipendenza che si andavano formando non solo in Italia, ma anche in altre nazioni. Ideali soffocati dal Congresso di Vienna e dalla Restaurazione. Nel corso degli anni successivi al Tricolore furono associati (nella maggior parte dei casi all’interno della fascia bianca) altri stemmi compreso quello della corona reale. La bandiera quale oggi la conosciamo e che campeggia sui Palazzi istituzionali è quella voluta dall’Assemblea costituente che si riunì dopo la nascita della Repubblica, il 2 giugno del 1946. Il 24 marzo 1947 una successiva assemblea sancì che “La bandiera della Repubblica è il Tricolore italiano: verde, bianco e rosso a bande verticali e di uguali dimensioni”. All’approvazione, raccontano le cronache dell’epoca, sia i rappresentanti della Costituente che il pubblico presente si alzarono in piedi per una lunga e calorosa ovazione.

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09. Ottobre 2006

Vajont, 9 ottobre 1963

Dovevo ancora nascere ma avendo vissuto a Trieste la gioventù ebbi modo di andarci, di sentire e di sapere. Le statistiche parlano di 1909 morti ma forse, più di questo, quello che negli anni è emerso è stata l’impotenza della gente comune di fronte a quello che molti chiamavano “progresso”. Si sapeva dei pericoli ma si è voluto ignorarli. Per anni s’è parlato di “sciagura”; poi pian piano si è scoperto tutto (o quasi) e nel febbraio del 1997 si è concluso il processo. Occorre ringraziare l’operato di chi negli anni ha cercato non senza difficoltà la verità con tenacia e contro i cosidetti “poteri forti”. Per questa e per molte altri stragi impute in Italia vorrei prendere in prestito le parole di Marco Paolini, che parlando dell’importanza del ricordo disse:

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