Sabato sera ho assistito a teatro allo spettacolo «Miserabili. Io e Margaret Thatcher» di Marco Paolini.
Quello portato in scena dall’autore è a mio avviso l’ennesimo capolavoro teatrale che parla della trasformazione etica, sociale e perfino biologica della società a partire dagli anni ‘80. Il racconto si snocciola attraverso diversi monologhi tutti legati da un sottile filo conduttore che è quello di come pian piano si sia cominciato a perdere di vista il concetto di società nel suo insieme. Le colpe di questo degrado della vita mascherato da “progresso” l’autore le trova nell’esasperazione del liberismo voluto in primis da Margaret Thatcher, ricordando come secondo i suoi principi «Non esiste la società, ci sono solo uomini, donne e bambini». Attraverso pezzi di repertorio si sente la voce della stessa Thatcher esaltare un mondo in cui l’importante non è tanto il lavoro quanto il far circolare il più rapidamente possibile il denaro, sdoganando il ricorso al debito ed ai soldi di plastica (bancomat e carte di credito). Su queste basi di racconto riesce ad innestare anche un’impossibile intervista con la stessa Thatcher che concluderà con una condivisibile definizione dell’ex premier inglese come «lady di ferro fuori, ma di merda dentro!».
C’è poi la ballata del lavoratore precario, ci sono citazioni di Carl Marx e Victor Hugo e riesce a mettere in “dubbio” anche i principi della termodinamica («se ho un acquario e decido di fare una frittura, difficilmente poi riavrò l’acquario di prima»). L’autore completa le due ore e mezza di spettacolo con una lettura in chiave ironica di un ipotetico incidente sul lavoro, tema a lui molto caro. Il pezzo è semplicemente esilarante, sono diverse le volte in cui il racconto s’interrompe per l’ilarità della situazione. Lo scopo è quello di evidenziare come possa succedere che, sul lavoro come in una missione di pace, si compia qualche “monada” (sciocchezza, leggerezza) che può costar cara. Quel che stupisce è che quelli delle missioni di pace li avvolgono nelle bandiere mentre i morti sul lavoro no!