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Le chiamerò morti grigie

Siamo ormai un mondo che da e vive di numeri. Non c’è notizia o quasi che non riporti dati di qualsivoglia sondaggio o statistica quasi a rafforzare la credibilità della notizia stessa. Ma come ben sapete i dati vanno comunque sempre letti ed interpretati con attenzione. E proprio da questa considerazione parte la mia domanda.

Infatti vi chiedo, visto che esistono le morti inserite nella cosiddetta  categoria di ‘cronaca nera,’ esistono quelle cosiddette ‘bianche’ in quale categoria mettereste quelle, e sono sempre di più, che nascono da uno stato di frustrazione e d’inutilità derivate dalla mancanza del lavoro? (esempio 1 ed esempio 2)

Perchè in un mondo in cui, nonostante ottimismo e (presunte e millantate) riprese, c’è sempre  meno occupazione c’è anche la matematica possibilità che le morti bianche diminuiscano ma questo non significa che il problema è stato risolto.

disoccupato-lavoro3

Io ho deciso di chiamarle morti grigie, per non sbagliarmi e soprattutto, per non dimenticarle perchè come cantava il grande De Andrè nella canzone del Maggio mi piace ricordare a questi Sigg. sondaggisti e statistici che:

….
anche se voi vi credete assolti
siete lo stesso coinvolti

….

[tags]italia, attualità, morti bianche, lavoro, sicurezza sul lavoro, morire di lavoro,disoccupazione,De Andrè,faber[/tags]



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18 Commenti a “Le chiamerò morti grigie”

  • Le chiamerò morti grigie…

    Non arrivano direttamente dal mondo del lavoro ma sono comunque ad esso collegate quindi le chiamerò così!…

  • Le chiamerò morti grigie…

    Siamo ormai un mondo che da e vive di numeri. Non c’è notizia o quasi che non riporti dati di qualsivoglia sondaggio o statistica quasi a rafforzare la credibilità della notizia stessa. Ma come ben sapete i dati vanno comunque sempre letti ed interpret…

  • Amarissima vignetta!

  • Morti grigie..
    Come la vita da disoccupato, mi sembra azzeccatissimo come nome.

  • E’ la triste realtà.

  • Morti grigie, definizione di grande impatto emotivo ed anche corretta oltre che molto amara.

    Nulla da aggiungere, hai ragione su tutta la linea.

  • D’accordo con te. Vignetta tristissima…
    🙁

  • Direi che morti grigie ci sta. E come dici tu è molto probabile che il loro trend aumenterà (anche se poi in realtà ci sono sempre state, solo che non se ne parla mai)

  • Chit:

    @Tisbe: ma trovo che “renda” molto bene l’idea (purtroppo)
    @duhangst: credo anch’io…
    @romano: tristemente vero!
    @Rockpoeta: grazie Daniele
    @Pino Amoruso: ma anche molto efficace…
    @paz83: esatto! 🙄

  • Ci dovremmo chiedere come mai i telegiornali dedichino più spazio alla morte di Michael Jackson, per mesi e mesi, che al dramma degli omicidi, perché di questo si tratta, sul lavoro.
    Per tutti loro non ci sarà nessun funerale di stato, solo una lapide anonima, ammesso che la famiglia se la possa permettere.

  • è una triste realtà, oggi si muore per portare a casa un tozzo di pane!

  • reditugo:

    Siamo tutti molto occupati a cercare di sfangarla con il minor danno possibile, e la disoccupazione finchè non ci colpisce personalmente rimane spesso un numero o una percentuale dentro cui gioiamo di non esservi ricompresi. Fai bene tu a rimarcare questi fatti, che meritano sicuramente una riflessione, quando la tendenza generale è di tirar via e dimenticare in fretta.
    Se ricordo e riscrivo qui sulle tue pagine, nero su bianco, quel vecchio motto che diceva “lavorare meno, lavorare tutti” cosa pensi? Che sono un sognatore? Uno fuori dal tempo e dal mondo? Eppure a me sembrava e lo considero tutt’oggi un pensiero molto ragionevole, nella sua semplicità. Estremamente equilibrato, mi piacerebbe definirlo. Purtroppo però vedo che l’orientamento è in tutt’altra direzione. Ciao Chit, stame ben.

  • e tutti quelli che se ne fanno una malattia?

  • Tanto reale quanto amara

  • Morti grigie, laddove la morte coincide con la vita, grigia.

  • Chit:

    @Matteo: sempre che possano permettersela…
    @@enio: purtroppo si.
    @reditugo: ricordo benissimo il motto e se ricordi dopo qualche “incomprensione” mi pare ci siamo capiti. Questo blog oltre che per il cazzeggio l’ho definito quello delle notizie di cui non sempre gli altri parlano. Ecco continuerà ad esserlo e questo del lavoro che se ne dica è un problema terribilmente attuale e desolatamente dimenticato. Stai tranquillo che non dimentico nè abbasso la guardia, è anche vero che nella blogosfera conto come il due di picche con briscola a bastoni ma… ci si prova!
    Un saluto a te amico mio e rinnovo la disponibilità a fare un post a quattro mani con la tua esperienza 😉
    @mauro: … si aggiungono alla conta!
    @enrico: sicuramente efficace 😉
    @alberto: esatto, una vita in monocromia…

  • elipiccottero:

    Brutto essere disoccupati, peggio esserlo se devi prenderti cura di qualcuno. E il fatto che ci sia sempre qualcuno pronto a dire che se davvero si ha bisogno, qualcosa si trova, aiuta ancora meno. Spero davvero di non trovarmi presto in una situazione del genere, anche se le premesse ci sono tutte…

  • antonella:

    Pensando alle tante morti per il non lavoro… ( non so in che altro modo definire le morti per disperazione )

    Cosa ci rimane delle cose che ci hanno accompagnato per tutto il corso della nostra vita? Quelle che ci hanno insegnato i nostri genitori, i nostri nonni, la storia che ci ha dato radici, i luoghi che ci hanno visto crescere, diventare uomini e donne facenti parte di una società cosi detta civile e democratica. Quasi nulla apparentemente, se non il profumo di certe giornate lasciate negli angoli dei nostri ricordi che si confondono con l’amarezza di quelle cose che irruente si scagliano nella vita di ciascuno di noi, quasi a metterci alla prova e volerci dimostrare che l’uomo di per se è fragile anche quando mostra all’aria aperta la forza di una pietra di fiume. E’ la natura umana che si risveglia in noi e lo fa nella maniera più cruda. Uno scopo, un motivo c’è, c’è sempre qualunque cosa o fatto si presenti al nostro cospetto. Ma, nell’istante in cui questo accade la natura umana si dimostra nella sua parte più debole, l’arrendevolezza. E, chi rimane sfoggia la rabbia data dal non comprendere e accettare quello che non dovrebbe esser un banco di prova ma aria profumata e linfa di vita. Detto questo, sentire ai tg, leggere sul giornale notizie di cronaca riguardanti il dilagare di suicidi per mancanza di lavoro e per la disperazione e il senso d’impotenza ad esso connesso, spesso ci sembra solo un lontano miraggio e come per tutte le cose “brutte” pensiamo di non doverle mai toccare con mano e/o in ogni caso che non possa mai riguardare noi o qualcuno a noi vicino. Invece no, ora so che può accadere a chiunque morire per il non lavoro, per quel composto che rende l’uomo libero e vivo. Quel composto che lo fa sentire in grado di affrontare qualsiasi cosa, che lo rende orgoglioso di costruirsi una famiglia e di crescerla seppur con i sacrifici che essa comporta. Non è vero che l’uomo non soffre e non piange dentro. Quando gli si nega il diritto ad esistere usando la forza del fisico e della mente impegnata nella nobile arte del lavoro, quando gli si nega il diritto ad esistere, esistendo con le proprie forze e il proprio apporto alla società a cui sente il senso d’appartenenza per esserne parte integrante ma lasciato ai margini e dimenticato da quelle istituzioni che dovrebbero garantirgli un semplice diritto costituzionale. In nome di quella stessa costituzione per la quale i nostri avi hanno lottato per lasciarci a garanzia un’esistenza fatta di diritti e doveri. Quei doveri che per mancanza di diritti non si possono assolvere. Quelli stessi doveri per cui ci viene chiesto un sacrificio per il risanamento della nostra nazione compromessa economicamente e politicamente dal malo governo della cosa pubblica e per la sete di potere a cui l’uomo stesso, soprafatto dall’avarizia e dalla sete di potere ci ha condotto. Non da oggi ma già in tempi addietro ognuno per la propria parte e per la propria ingordigia. Nessun colore n’è esule, tutti incondizionatamente e senza riserve alcune, ci hanno messo all’angolo e, come in un ring di pugilato messi a tappeto. Siamo, oramai, senza una guida capace di riportar significato al nostro vano sacrificio imposto. Manca tutto, o forse quel tutto era ciò a cui nessuno ci ha voluto più abituare, perché quel tutto è qualcosa che non ci fa comprendere cosa sia il niente, quel tutto diventa indifferente paura di esser anche noi vittime del niente, diventa indifferenza alla sofferenza altrui, perché ognuno pensa per se, pur consciamente consapevole di che tanti altri camminano nel doloroso sentiero dello sconforto, e della paura per un futuro senza risposte. E allora, siamo ciechi e sordi alla sofferenza di chi magari vive accanto a noi o a due passi da noi. Lo incontriamo in strada, al bar, al mercato, in piazza, alla stazione, a scuola, in ufficio, e ovunque sia la casa della società civile ma, l’inconsapevole incolpevole insensibilità ci rende muto il grido d’aiuto e cieco lo sguardo perso nell’incertezza. Poi, arriva la mazzata improvvisa che ci fa dire: “ chi l’avrebbe mai detto”. E l’uomo stanco se perso per sempre. Non ha più ritorno perché la mente umana si spegne ad ogni volontà di sopravivenza. – di Antonella Soddu

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