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Morti sul lavoro: il miglioramento percentuale non mi basta!

Non parlandone può anche sembrare che uno sia insensibile o disattento alla realtà, ma io credo a volte le parole, soprattutto su temi come quello delle morti sul lavoro, rischino di risultare vuote e difficili da trovare. Ma siccome non credo che insensibilità e disattenzione mi appartengano (almeno non coscientemente), nell’approssimarsi alla fine dell’anno ed agli inevitabili “bilanci” trionfalistici, mi permetto anch’io di dire la mia.

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Muri e Miserabili

Avevo pensato ad un dotto-post-storico per la ricorrenza poi… ho scoperto che han detto tutto gli altri.Ed allora mi permetto di prendere a prestito questa semplice considerazione che poi forse non è poi neanche tanto sbagliata:

… vent’anni fa cadeva un muro, oggi ne abbiamo uno a testa, personalizzato.

Consiglio, visione su La7 del programma ‘I Miserabili’ di Marco Paolini, lunedì ore 21.30. Dello spettacolo ve ne parlai  qualche tempo fa quando ebbi la fortuna di vederlo a teatro ma ve lo risegnalo con piacere.

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Siamo proprio dei miserabili

marco-paolini.jpgSabato sera ho assistito a teatro allo spettacolo «Miserabili. Io e Margaret Thatcher» di Marco Paolini.
Quello portato in scena  dall’autore è a mio avviso l’ennesimo capolavoro teatrale che parla della trasformazione etica, sociale e perfino biologica della società a partire dagli anni ‘80. Il racconto si snocciola attraverso diversi monologhi tutti legati da un sottile filo conduttore che è quello di come pian piano si sia cominciato a perdere di vista il concetto di società nel suo insieme. Le colpe di questo degrado della vita mascherato da “progresso” l’autore le trova nell’esasperazione del liberismo voluto in primis da Margaret Thatcher, ricordando come secondo i suoi principi «Non esiste la società, ci sono solo uomini, donne e bambini». Attraverso pezzi di repertorio si sente la voce della stessa Thatcher esaltare un mondo in cui l’importante non è tanto il lavoro quanto il far circolare il più rapidamente possibile il denaro, sdoganando il ricorso al debito ed ai soldi di plastica (bancomat e carte di credito). Su queste basi di racconto riesce ad innestare anche un’impossibile intervista con la stessa Thatcher che concluderà con una condivisibile definizione dell’ex premier inglese come «lady di ferro fuori, ma di merda dentro!».
C’è poi la ballata del lavoratore precario, ci sono citazioni di Carl Marx e Victor Hugo e riesce a mettere in “dubbio” anche i principi della termodinamica («se ho un acquario e decido di fare una frittura, difficilmente poi riavrò l’acquario di prima»). L’autore completa le due ore e mezza di spettacolo con una lettura in chiave ironica di un ipotetico incidente sul lavoro, tema  a lui molto caro. Il pezzo è semplicemente esilarante, sono diverse le volte in cui il racconto s’interrompe per l’ilarità della situazione. Lo scopo è quello di evidenziare come possa succedere che, sul lavoro come in una missione di pace, si compia qualche “monada” (sciocchezza, leggerezza) che può costar cara. Quel che stupisce è che quelli delle missioni di pace li avvolgono nelle bandiere mentre i morti sul lavoro no!

Paolini ancora una volta riesce a catturare l’attenzione alternando ironia a parole che hanno l’effetto di un macigno senza far mai perdere di vista il soggetto al quale, inevitabilmente e spesso bruscamente, riconduce sempre lo spettatore. In questo suo spettacolo intervalla i suoi monologhi con pezzi musicali e ballate grazie al magnifico accompagnamento dei Mercanti di Liquore, già famosi per alcune cover del grande Fabrizio DeAndrè.

Alla fine la sensazione è quella di esser stati comunque testimoni di un cambiamento storico di cui forse, aldilà di quel che ognuno di noi pensi, siamo stati forse più complici che vittime.

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MORTI BIANCHE

So che il weekend è tempo di argomenti frivoli, leggeri ma proprio perchè fino ad oggi non ne avevo ancora mai parlato voglio dedicare un pensiero a tutti loro la cui lista, purtroppo, si allunga ogni giorno. Non lo faccio con discorsi o analisi che sono già stati ampiamente sviluppati e sviscerati. Voglio “osare“, voglio provare a farvi riflettere chiedendo aiuto al teatro e prendendo in prestito le parole di un monologo di Paolo Rossi di un suo spettacolo del 1993.
Non ho trovato il testo ma il pezzo mi era piaciuto, me lo ricordavo e provo a riproporvelo sperando di riuscire almeno per un momento a donarvi i brividi e le sensazioni che aveva dato a me ascoltarlo. Buona lettura e, comunque, non dimentichiamoli mai!

Ci sono degli omini piccoli piccoli piccoli, che passano metà della loro giornata a costruire dei pezzettini perfetti ma piccoli piccoli piccoli e quando poi li mettono insieme, e tutto quello che fanno lo fanno a tempo, ne viene fuori un oggetto grandioso, perfetto, lucido, preciso! Gli omini piccoli piccoli lo guardano estasiati è il simbolo della loro capacità. Ma mentre pensano questo arriva un altro omino che gli dice: lo prendo io!
E loro dicono: ma che legge è?
E’ la legge del mercato.
E che società è?
La vostra!
Ah, allora possiamo cambiarla?
Si (facendo segno di no con la testa)
Gli omini piccoli piccoli tornano a casa. Hanno costruito quest’oggetto minuto dopo minuto, giorno dopo giorno, ora dopo ora, anno dopo anno. E pensano: ma è bellissimo, potremmo ricomprarcelo?
Allora torna l’omino di prima: Ottimo! io ve lo rivendo ma siccome siete senza soldi voi me lo pagherete minuto dopo minuto, giorno dopo giorno, ora dopo ora, anno dopo anno.
Gli omini dicono: Grazie, ma dentro di se pensano: stronzo!
E continuano a costruire minuto dopo minuto, giorno dopo giorno, ora dopo ora, anno dopo anno altri pezzettini che messi assieme fanno un oggetto bellissimo, grande, stupendo, preciso, più lucido e perfetto del precedente. E loro dicono: ma abbiamo comprato l’altro, ci piacerebbe comprare anche questo.
Ritorna l’omino di prima e dice: Ottimo!
Loro dicono: Sfiga! sta a vedere che ce lo rioffre.
Si, ve lo rioffro e con uno sconto che pagherete minuto dopo minuto, giorno dopo giorno, ora dopo ora, anno dopo anno.
E gli omini dicono: Grazie, ma dentro di se pensano: prego.
Ritornano a casa e scuotono la testa. Ritornano in fabbrica e costruiscono altri pezzettini piccoli piccoli, perfetti, che messi assieme  costruiscono un’altro oggetto preciso, perfetto, più magnifico e bello del primo e del secondo.
Questa storia potrebbe continuare all’infinito. Potrei continuare a raccontarvela minuto dopo minuto, giorno dopo giorno, ora dopo ora, anno dopo anno. Questa storia potrebbe non finire mai ed in ogni caso non potrebbe finire mai
minuto dopo minuto, giorno dopo giorno, ora dopo ora, anno dopo anno.
Queste storie, quando finiscono, finiscono così!?!

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Addio Marcel Marceau, mimo “parlante”

Come molti di voi sapranno è di ieri la notizia della scomparsa di Marcel Marceau, colui che la maggior parte dei critici sono concordi nel definire “il più grande mimo del teatro contemporaneo“. Non ho competenze artistiche per giudicarlo, mi fido alla grande dell’opinione comune eppure, paradossalmente, me lo ricordo come “attore parlante“…

Il film in oggetto è del 1976 e s’intitola “L’ultima follia di Mel Brooks“, dove (vado a memoria) Mel Brooks riveste i panni di un regista ormai in disgrazia che propone alla sua casa cinematografica la sceneggiatura per un film muto. Non fidandosi assolutamente nè della sceneggiatura, nè del regista stesso gli dicono che il film si può produrre solo se verranno scritturati grandi personaggi. Mel Brooks allora si adopererà con i suoi amici (Marty Feldman e Dom DeLuise) a cercare di convincere le star di Hollywood del momento (Liza Minnelli, Paul Newman, Burt Reynolds e James Caan) a partecipare alle riprese. Chiaramente il film (interamente muto con sottotitoli modello “oggi le comiche”) alla fine si girerà ed avrà successo. L’UNICO a parlare in tutto il film sarà, ironia della sorte, Marcel Marceau che rifiuterà l’offerta di Mel Brooks con un secco ‘NO‘.

Immagine anteprima YouTube

Addio Marcel!

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